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Signor Sindaco, Signor Pisapia

 

 

MILANO

Fra le sue pietre e le tue nebbie faccio

villeggiatura. Mi riposo in Piazza

del Duomo. Invece

di stelle

ogni sera si accendono parole.

 

Nulla riposa della vita come

la vita.

                                             Umberto Saba

 

 

SAN SIRO SPEGNE LE LUCI

Ho tifato per te
ho gioito con te


ed oggi
mi sono vergognato per te

mi sono vergognato di te!


                                                                 A.C. sottolestelledeljazz

  

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Dedicato ad Antonio Ghirelli

…”E un giorno, un giorno favoloso e folgorante come un prodigio ti incontrai casualmente nell’ufficio di Luigi Compagnone(….) Stavo chiaccherando con Luigi non so più di che cosa ,quando entrasti tu tutta vestita di bianco, snella slanciata, sorridente, per chiedere qualcosa al mio amico, sorridento fuggevolmente anche a me. Forse suggestionato dal soggetto che stavamo mettendo in onda, mi sembrasti una bellissima ragazza messicana e, appena sparisti, confidai ridendo a Luigi nel nostro dialetto :” Chesta è ‘o tipo mio!” E lui, distrattamente replicò :”Antò, dice sempre ‘o stesso!” scoppiando a ridere quando io risposi misteriosamente: No, io questa me la sposo”

                                       da”Una moglie incantevole” di Antonio Ghirelli

RICORDO DI UN INCONTRO

Una casa grande

piena di ricordi,

un incrocio  di vie

tra  la Via Salvator Rosa di Napoli

ed i signorili  condomini romani.

Le ceneri della sua amata

in un’urna sul comò .

Eterno amore il vostro,

oltre i confini della morte.

 

Una scrivania piena di carte,

una Olivetti lettera 22,

un sacrario di scritti

di sport, politica e storia,

che spaziano senza tempo

 tra Pertini e Maradona.

Un mondo sospeso tra

la “Storia del Calcio” , una”Napoli italiana”

ed il tuo  per sempre“ Caro Presidente”

 

“Ma  che r’è stù carro funebre?

chi è muorto?”

“Se n’è ghiùto nù signore

nù galantuommo

n’ommo d’auti tiempe”

Statte buò Antò.

Ce  verimmo ampressa!

                                                      A.C. sottolestelledeljazz 

  

Storia e fantasia mi rimescolavano il sangue: passavo dinanzi alla funicolare di Montesanto, alle “pedamentine” di San Martino, all’Ospedale militare; sbucavo, trasognato, dinanzi al convento di San Pasquale, sul parapetto di pietra che domina i quartieri centrali della città, il porto, il Palazzo reale; scivolavo che era già notte, sotto la rampa di Sant’Orsola, il Magistero dal quale sarebbe uscita la ragazza che dovevo sposare, dieci anni più tardi.

Le mattine d’estate, quando non c’era scuola, andavo volentieri a fare la spesa per mia madre. Ricordo il mercato rumoroso e allegro di Sant’Anna di Palazzo, lo stesso posto nel quale avevo frequentato la mia prima scuola, l’asilo Principessa Mafalda. Dinanzi alla chiesa protestante, si accendeva la furia verde-rosso-gialla delle “sporte” di verdura e di frutta, si alzava il tumultuoso clamore delle grida, il fitto cicaleccio delle contrattazioni. Di fronte alla chiesa, si aprivano inverosimili botteghe di pasta fresca, di salumi, mozzarelle, scatolame, pizze, dolciumi, uova, carni, polli.

Conoscevo tutti i bar del quartiere, dove spesso la mamma mi mandava a prendere il caffè, nelle prime ore del giorno, la caffettiera napoletana ricoperta da un sottile foglio di carta, i pochi soldi di bronzo in pugno, occhi e orecchie perduti nel frastuono. E imparai a conoscere, piano piano, le edicole alle quali mia madre mi mandava a chiedere una razione quotidiana di sogni, di illusioni, di irresistibile passione per i giornali.

Napoli mi dava un grande conforto, avvolgendomi nella sua beffarda comprensione, ammiccandomi dai marciapiedi e dai balconi, spingendomi a naufragare nel suo abbraccio indulgente, accettandomi come uno dei suoi innumerevoli figli sventurati. A me erano particolarmente care le strade verso Port’Alba o verso la posta, in cui andavo a vendermi i libri; tra Costantinopoli o Foria, girovagavo a lungo, anche dopo essermi sbarazzato della mia merce, sottraendo una piccola parte dei guadagni per procurarmi i piccoli piaceri dei napoletani poveri di allora: un cartoccio di fichi secchi, un pugno di datteri, le lunghe trecce di liquirizia, o le pizze all’olio, e le metà, i quarti di pizza fritta. Per quanto fossi spinto sempre più a sud, sempre più lontano dalla Napoli moderna, ero di nuovo felice, mi riconoscevo – anzi, riconoscevo il meglio di me stesso – nella zona intorno a Spaccanapoli.

Questa Napoli la amo perché, come mia madre, riposa nel sole di un cimitero ed esce con me nel fragore della realtà. La capisco perché è indeterminata, confusa, velata come le cose che vorremmo ancora dire al mondo, che dicemmo al mondo per secoli e che ostinatamente riusciremo ancora a dire, chissà fino a quando.

da “Una certa idea di Napoli ” di Antonio Ghirelli, Mondadori 2010.

 

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Ciao, Ciao….con la manina

CIAO  LUCIO

……come ad esempio una canzone
mentre la stai cantando
di là qualcuno muore
qualcun altro sta nascendo
è il gioco della vita
la dobbiamo preparare
che non ci sfugga dalle dita
come la sabbia in riva al mare…….

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Una finestra illuminata


 

“Il vero amore è come una finestra illuminata in una notte buia. Il vero amore è una quiete accesa.”

Ungaretti

 

NOTTE

 

Non ho molto dire.

Stanotte

non ho nulla da dare.

 

Pensieri confusi

Lacrime nascoste

Parole represse

Sguardi inespressi.

 

Meglio fermarsi

a guardare la luna.

 

Lei sa dire

lei sa dare

lei sa fare

molto di più’.

 

                                                                                   A. sottolestelledeljazz

 

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Moloch

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA UNITED FRUIT COMPANY 

 

Appena  squillò la tromba
tutto era pronto sulla terra,
e Geova divise il mondo
tra Coca-Cola Inc., Anaconda,
Ford Motors, e altre società:
la Compagnia United Fruit
si riservò la parte più succosa,
la costa centrale della mia terra,
la dolce cintura d’America.
Ribattezzò le sue terre
“ Repubbliche Banane”,
e sopra gli inquieti eroi
che conquistarono la grandezza,
la libertà, e le bandiere,
instaurò l’opera buffa:
cedette antichi benefici,
regalò corone imperiali,
sguainò l’invidia, e chiamò
la dittatura delle mosche,
mosche Trujillo, mosche Tavho,
mosche Carias, mosche Tartinez,
mosche Ubico, mosche umide
d’umile sangue e marmellata,
mosche ubriache che ronzano
sopra le tombe popolari,
mosche da circo, sagge mosche
esperte in tirannia.
Tra le mosche sanguinarie
sbarcò la Compagnia
stipando di caffè e frutta
le sue navi che poi scomparvero
come vassoi con il tesoro
delle nostre terre sommerse.
Frattanto, entro gli abissi
pieni di zucchero dei porti,
cadevano indios sepolti
dal vapore del mattino:
rotolò un corpo, una cosa
senza nome, un nome caduto,
un grappolo di frutta morta
finita nel letamaio.

Neruda  

DORMI, AMORE MIO

Mib, Asset, Wall Street
Mamma, perché oggi papà non va al lavoro?
Dormi, amore mio, dormi, è ancora notte.
 
Bce,Spread,Bond
Mamma, perché quei bimbi colorati muoiono?
Dormi, amore mio, dormi, è ancora notte.
 
Nasdaq, Moody’s,Rating
Mamma, perché la maestra non c’è più?
Dormi, amore mio,dormi,  è ancora notte.
 
Btp, Ftse,Ptp
Mamma, quando verrà il giorno?
Dormi, amore mio,dormi,ce lo dirà Down Jones.
 
                                                                    A.C. Sottolestelledeljazz 

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