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Senza Cuore

Quanto al futuro, ascolti:
i suoi figli fascisti
veleggeranno
verso i mondi della Nuova Preistoria.
Io me ne starò là,
come colui che
… sulle rive del mare
in cui ricomincia la vita.
Solo, o quasi, sul vecchio litorale
tra ruderi di antiche civiltà,
Ravenna
Ostia, o Bombay – è uguale –
con Dei che si scrostano, problemi vecchi
– quale la lotta di classe –
che
si dissolvono…
Come un partigiano
morto prima del maggio del ’45,
comincerò piano piano a decompormi,
nella luce straziante di quel mare,
poeta e cittadino dimenticato.”

                                            da Pasolini – “Poesie in forma di rosa”         Brugel – La Torre di Babele

 

SENZA CUORE 

Chi sei tu,
uomo dai capelli bianchi
che parli dalle sedi delle banche?

Sei un padre?
Sei un figlio?
Chi sei?

Hai mai visto
il sorriso di una madre
l’entusiasmo di un padre?

Cosa offusca i tuoi pensieri?
lo Spread
o il sonno innocente dei tuoi nipoti? 

Sei fiero dei tuoi discorsi,
le banche ti plaudono,
ed i servi del potere ti osannano.

Il Santo Uffizio
metteva al rogo i libri,
tu metti al rogo i sogni.

Italia, povera Italia,
puttana a gambe aperte
di ladri della tua Storia. 

Europa, povera Europa,
aborto di chi ti ha concepita
senza cuore.

                                             A.C. sottolestelledeljazz

  

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Goodbye Disco Queen

………………«Farò un album molto disco»

                                                               ma il cancro è stato più veloce di te……………..

CIAO DONNA 

 Io ti ricordo così,

ai tempi della scuola

ai tempi delle  Hit Parade

                                                                      A.C. sottolestelledeljazz

 

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“Odio gli indifferenti”

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.”

                                                                                                  Antonio Gramsci

 

COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

Art. 1

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Art. 4

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Lettera di Graziella Marota
Madre di Andrea Gagliardoni, morto sul lavoro a ventitrè anni.

“ILL.mo Ministro Fornero,
oggi è Natale e in questo giorno così gioioso per tutti ho deciso di scriverLe perché per me è un giorno di grande dolore. Mi presento: mi chiamo Graziella Marota, abito a Porto Sant’Elpidio (FM) e ho 58 anni. Il 6 Dicembre del 1982 ho dato alla luce un bambino bellissimo, Andrea e da quel giorno ho dedicato tutta la mia vita a mio figlio, come fanno tutte le mamme del mondo perché un figlio è il bene più prezioso per ogni donna. Andrea, con il passare degli anni, cresceva e con tutto il mio amore e la mia protezione è diventato un bel ragazzo: il mio orgoglio ,la mia gioia, la mia felicità.

Ora vorrei che leggesse questa lettera poi Le spiegherò il motivo per cui Le scrivo:

Caro Andrea,
sono già passati più di 5 anni da quel giorno orribile, quel giorno che mi ha cambiato definitivamente la vita, privandomi di tutto.

Te l’avevo promesso e mi sono battuta affinché il tuo ricordo non svanisse nel giro di pochi mesi. Televisione, giornali, interviste… ho fatto più di quanto potessi immaginare, ma il dolore è stabile, anzi, più passa il tempo e più mi lacera il cuore. Il suono della chitarra, la tromba, le tue risate, i tuoi abbracci, i tuoi baci…tutto manca dentro casa; ora regna il silenzio più assoluto. Eri un figlio perfetto, Andrea, fin troppo buono, rispettoso, allegro, onesto e pieno di vitalità; amavi la vita più di qualsiasi altra cosa al mondo, ma essa ti è stata strappata brutalmente in un giorno d’inizio d’estate ed io non riesco a capacitarmene, non sono in grado di capire perché tu, un ragazzo così dedito al lavoro, hai dovuto chiudere i tuoi splendidi occhi in una fabbrica. Non ha senso morire a ventitré anni, tanto più mentre si sta lavorando. Tutto ciò è capitato a te, figlio mio,io non mi darò mai pace e continuerò a tenere vivo il tuo ricordo, perché rimarrai sempre come tutti ti ricordiamo; ora sei un angelo, ma lo eri anche prima, un angelo che viveva aiutando gli altri, sempre pronto a dare una mano in qualsiasi situazione.

Nel corso della tua vita mi hai teso la mano infinite volte, al punto che tra noi c’era e c’è tuttora, un legame speciale, più forte di quello che si instaura, fin dalla nascita, fra mamma e figlio: il nostro era anche un rapporto d’amicizia che si era andato a creare superando i vari ostacoli che la vita ci ha messo di fronte. Insieme abbiamo affrontato gioie e dispiaceri, ma ora che tu non ci sei più, mi sembra di affogare in questo mare di dolore che la tua morte ha creato. Ora la nostra famiglia sembra vuota, tutti cerchiamo di farci forza l’un con lì’altro, ma il fatto è che ci manchi troppo, la tua era una figura essenziale, infatti, come un albero ha bisogno di svariati elementi per vivere, così a noi è stato tolto l’ossigeno, l’acqua e anche se la pianta è una quercia secolare, piano piano appassisce come un piccolo germoglio.
Sembrava che quel tanto atteso momento di serenità fosse arrivato, che finalmente avrei vissuto una vita tranquilla e felice, ma non potevo immaginare ciò che stavo per vivere: la perdita di un figlio, la cosa più orribile e straziante al mondo. Una volta accaduta la tragedia, non riuscivo a rendermi completamente conto di quello che stavo passando, ma, ora, a distanza di tempo, lo capisco eccome; ed è questa la cosa più brutta: realizzare quanto è accaduto.

Vorrei dirti molte altre cose, amore mio, ma non basterebbe tutta una vita per scriverle; mi limito a ripetere una cosa che tu, da lassù, avrai ascoltato ed ascolterai tantissime volte:
ti voglio un bene dell’anima, angelo mio.

Ora Ministro comprenderà la ragione di questo mio scritto.Ogni anno muoino circa 1200 lavoratori per la mancaza di sicurezza nei luoghi di lavoro e ci sono circa un milione di infortuni più o meno gravi. È inconcepibile e inaccettabile che in un paese “civile” succedano ancora questi “omicidi” per risparmiare sulla sicurezza mettendo a repentaglio la vita dei lavoratori…i lavoratori ,Caro Ministro, sono esseri umani e non macchine di produzione, hanno la loro vita, i loro affetti e il sacrosanto diritto di uscire la mattina per andare a lavorare e avere la certezza di tornare la sera con le proprie gambe e non dentro una bara come è successo al mio Andrea che era appena sbocciato alla vita…aveva solo 23 anni ed è morto con il cranio schiacciato da una macchina tampografica priva di sistemi di sicurezza all’Asoplast di Ortezzano (FM) per 900 euro al mese come precario.

Faceva parte di quella grande schiera di italiani che oggi sono chiamati a fare numerosi sacrifici,non crede che sia giunto il momento di prendere seriamente in considerazione questa grande piaga del nostro paese?Cosa facciamo? Aspettiamo inesorabilmente che le statistiche fatte ogni anno si avverino? Ogni sette ore muore un lavoratore e Lei ,Ministro, cosa farà affinchè tutto ciò non avvenga più?

La ringrazio per l’attenzione che vorrà prestare a questo scritto e non dimentichi che chi Le scrive è una mamma rimasta orfana del proprio figlio e distrutta dal dolore sia nello spirito che nel fisico.

Faccia qualcosa altrimenti ogni giorno 4 famiglie continueranno ad essere distrutte !!
La saluto cordialmente e aspetto quanto prima una Sua risposta”.

Graziella Marota

 

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Toglietemi tutto ma non il sorriso

ARABA FENICE

 
Cinque anni fa mi sono fatta un tatuaggio.
Alla base del collo, dietro la nuca, ho fatto scrivere “Ale” che sta per Alessandro, il nome di mio fratello.
E’ molto bello, a parer mio, non ho sentito male e sono orgogliosa di averlo fatto.
Da allora ho in mente di farne un altro e nel corso degli anni sono riuscita a decidere il soggetto anche se ancora non ho chiaro la parte del corpo su cui farmelo.
Il soggetto sarà un’araba fenice (magari stilizzata) perché rappresenta la rinascita, il superamento delle difficoltà (l’araba fenice muore e rinasce ogni volta dalle sue ceneri).
La parte del corpo potrebbe essere il braccio destro, dove avevo la presa usb (il picc), in modo da coprire anche la cicatrice oppure il piede destro che è un posto che mi piace parecchio. Non so, vedremo…
Ma veniamo a noi: io sto cercando un disegnatore, o un tatuatore, o un grafico, o non so chi altro, che mi faccia il disegno dell’araba fenice.
Tale disegno verrà tatuato sul mio corpo (se mi piace!) e, in più, potrebbe diventare la copertina del mio libro.
Chi me lo fa?
C’è nessuno capace e che ha voglia di farmelo?
Se c’è qualcuno che vuole cimentarsi in questa opera, per favore, mi mandi il disegno al mio indirizzo email: annastaccatolisa@gmail.com
E ora… tutti a lavoro!!!
da “Ho il cancro. Il blog di una malata coccolata, viziata, amata, fortunata” – 6 Agosto 2011 – ore 2,30

IL 17 APRLE ESCE IL LIBRO DI

ANNA STACCATO LISA

ANNA LISA RUSSO

Toglietemi tutto ma non il sorriso
Ed.Mondadori
Collana: Strade blu

 

“Aveva ancora due sogni nel cassetto: il primo era di fare un libro in cui raccogliere i suoi post migliori, la storia del suo accanimento per la vita. La notizia che glielo avrebbe pubblicato la Mondadori l’ha ricevuta nel reparto Cure Palliative dell’ospedale di Livorno nel giorno in cui i medici le hanno detto che non c’erano più cure da fare. «Ho provato tutto il provabile – mi ha scritto – e non mi resta che… aspettare…, ma questa notizia del libro mi ha fatto felice nonostante tutto». Ha firmato il contratto a metà della scorsa settimana, in un momento in cui non era intontita dalla morfina.

Il secondo sogno era di sposarsi e il suo Andrea le ha fatto la sorpresa a Ferragosto. Il matrimonio, di cui esiste un bellissimo video su YouTube, si è svolto nella cappella dell’ospedale: lei aveva l’abito bianco con il velo, è arrivata su una sedia a rotelle piena di palloncini e c’erano 200 invitati e una magnifica torta in cui lei era Biancaneve e il suo sposo Superman. E’ stata una cerimonia naturale, senza forzature, senza pietismi, piena di felicità e di musica.

Anna Lisa non è più uscita dall’ospedale, il viaggio di nozze è stato un viaggio nel dolore, ad un certo punto ha chiesto agli amici di essere lasciata sola per qualche giorno, voleva fare i conti con l’idea della morte: «Ho avuto bisogno di stare da sola col mio dolore, fisico e psicologico. Ho avuto bisogno di silenzio”.

                                                            Mario Calabresi su La Stampa.it

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Dedicato ad Antonio Ghirelli

…”E un giorno, un giorno favoloso e folgorante come un prodigio ti incontrai casualmente nell’ufficio di Luigi Compagnone(….) Stavo chiaccherando con Luigi non so più di che cosa ,quando entrasti tu tutta vestita di bianco, snella slanciata, sorridente, per chiedere qualcosa al mio amico, sorridento fuggevolmente anche a me. Forse suggestionato dal soggetto che stavamo mettendo in onda, mi sembrasti una bellissima ragazza messicana e, appena sparisti, confidai ridendo a Luigi nel nostro dialetto :” Chesta è ‘o tipo mio!” E lui, distrattamente replicò :”Antò, dice sempre ‘o stesso!” scoppiando a ridere quando io risposi misteriosamente: No, io questa me la sposo”

                                       da”Una moglie incantevole” di Antonio Ghirelli

RICORDO DI UN INCONTRO

Una casa grande

piena di ricordi,

un incrocio  di vie

tra  la Via Salvator Rosa di Napoli

ed i signorili  condomini romani.

Le ceneri della sua amata

in un’urna sul comò .

Eterno amore il vostro,

oltre i confini della morte.

 

Una scrivania piena di carte,

una Olivetti lettera 22,

un sacrario di scritti

di sport, politica e storia,

che spaziano senza tempo

 tra Pertini e Maradona.

Un mondo sospeso tra

la “Storia del Calcio” , una”Napoli italiana”

ed il tuo  per sempre“ Caro Presidente”

 

“Ma  che r’è stù carro funebre?

chi è muorto?”

“Se n’è ghiùto nù signore

nù galantuommo

n’ommo d’auti tiempe”

Statte buò Antò.

Ce  verimmo ampressa!

                                                      A.C. sottolestelledeljazz 

  

Storia e fantasia mi rimescolavano il sangue: passavo dinanzi alla funicolare di Montesanto, alle “pedamentine” di San Martino, all’Ospedale militare; sbucavo, trasognato, dinanzi al convento di San Pasquale, sul parapetto di pietra che domina i quartieri centrali della città, il porto, il Palazzo reale; scivolavo che era già notte, sotto la rampa di Sant’Orsola, il Magistero dal quale sarebbe uscita la ragazza che dovevo sposare, dieci anni più tardi.

Le mattine d’estate, quando non c’era scuola, andavo volentieri a fare la spesa per mia madre. Ricordo il mercato rumoroso e allegro di Sant’Anna di Palazzo, lo stesso posto nel quale avevo frequentato la mia prima scuola, l’asilo Principessa Mafalda. Dinanzi alla chiesa protestante, si accendeva la furia verde-rosso-gialla delle “sporte” di verdura e di frutta, si alzava il tumultuoso clamore delle grida, il fitto cicaleccio delle contrattazioni. Di fronte alla chiesa, si aprivano inverosimili botteghe di pasta fresca, di salumi, mozzarelle, scatolame, pizze, dolciumi, uova, carni, polli.

Conoscevo tutti i bar del quartiere, dove spesso la mamma mi mandava a prendere il caffè, nelle prime ore del giorno, la caffettiera napoletana ricoperta da un sottile foglio di carta, i pochi soldi di bronzo in pugno, occhi e orecchie perduti nel frastuono. E imparai a conoscere, piano piano, le edicole alle quali mia madre mi mandava a chiedere una razione quotidiana di sogni, di illusioni, di irresistibile passione per i giornali.

Napoli mi dava un grande conforto, avvolgendomi nella sua beffarda comprensione, ammiccandomi dai marciapiedi e dai balconi, spingendomi a naufragare nel suo abbraccio indulgente, accettandomi come uno dei suoi innumerevoli figli sventurati. A me erano particolarmente care le strade verso Port’Alba o verso la posta, in cui andavo a vendermi i libri; tra Costantinopoli o Foria, girovagavo a lungo, anche dopo essermi sbarazzato della mia merce, sottraendo una piccola parte dei guadagni per procurarmi i piccoli piaceri dei napoletani poveri di allora: un cartoccio di fichi secchi, un pugno di datteri, le lunghe trecce di liquirizia, o le pizze all’olio, e le metà, i quarti di pizza fritta. Per quanto fossi spinto sempre più a sud, sempre più lontano dalla Napoli moderna, ero di nuovo felice, mi riconoscevo – anzi, riconoscevo il meglio di me stesso – nella zona intorno a Spaccanapoli.

Questa Napoli la amo perché, come mia madre, riposa nel sole di un cimitero ed esce con me nel fragore della realtà. La capisco perché è indeterminata, confusa, velata come le cose che vorremmo ancora dire al mondo, che dicemmo al mondo per secoli e che ostinatamente riusciremo ancora a dire, chissà fino a quando.

da “Una certa idea di Napoli ” di Antonio Ghirelli, Mondadori 2010.

 

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